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domenica 1 gennaio 2012

Hiv - Aids: diamoci un taglio.

"Se ci sono migliaia di casi di AIDS senza HIV, come può l'HIV causare l'AIDS?"  
Celia Farber, giornalista


"Dov'è la ricerca che dice che l'HIV è la causa dell'AIDS? Di questo virus ormai sappiamo tutto. Ci sono 10.000 persone al mondo che si sono specializzate in HIV. Nessuno di loro ha interesse alla possibilità che l'HIV non provochi l'AIDS, perché se così fosse, la loro specializzazione sarebbe inutile."   
Kary Mullis, Premio Nobel per la Chimica 1993 

"In questo stesso momento gay perfettamente in salute vengono ingannati nel fare test dell'Hiv fasulli. A coloro i quali risultano positivi saranno prescritti cocktails di farmaci, che li renderanno deboli e malati e probabilmente li uccideranno." 
 John Lauritsen, giornalista e attivista gay, 
Knowledge & Dogma, 2010


La guerra contro l'Aids è stata finora un fallimento. Non esiste ancora una cura per la malattia. Si vive di più, ma non si riesce a distruggere il virus. L'unica politica di prevenzione è quella dei reiterati appelli per "rapporti protetti e siringhe pulite". I pazienti sieropositivi che hanno assunto la terapia antiretrovirale prima della comparsa dei sintomi hanno sviluppato l'Aids con un'incidenza più alta rispetto a chi non ha preso farmaci. La stessa Food and Drug Administration afferma che "i farmaci non curano o prevengono HIV o AIDS e non riducono il rischio di contagio". Risultati certamente deludenti, considerato che l'Aids è l'epidemia meglio finanziata di tutti i tempi.



In occasione della Giornata Mondiale contro l'Aids le associazioni hanno rinnovato gli inviti a fare il test per l'HIV. Quello che le campagne non dicono però, è che non esiste uno standard riconosciuto per stabilire l'assenza o la presenza di anticorpi anti-HIV in sangue umano. Cosa significa? Che il test che fate in Italia, magari in Inghilterra è considerato un test-fuffa. Addirittura gli standard utilizzati per la lettura del Western Blot o di Elisa sono diversi da Paese a Paese. Tradotto: potreste essere sieropositivi in Australia e sanissimi in un altro stato.
La prof. Eleni Papadopulos-Eleopulos, coi colleghi della University Western Australia, denuncia da anni l'inaffidabilità di questi test che possono dare fino all'80% di falsi positivi. Nel documentario House of Numbers alcune persone testimoniano di aver rifatto più volte il test e di aver ottenuto sempre risposte diverse. Da questi test dipende la vita del paziente, che se positivo dovrà assumere farmaci a vita. I pazienti quindi hanno come minimo il diritto di essere informati correttamente per poter arrivare ad una scelta libera, e non condizionata da campagne mediatiche terroristiche e mistificatorie.
La teoria attualmente accettata dalla maggioranza della comunità scientifica è quella che considera l'Aids come una malattia infettiva causata dall'Hiv, Human Immunodeficiency Virus; ma non sono pochi quelli che hanno criticato in toto o in parte questa spiegazione. Sono 2500 tra scienziati, medici e giornalisti investigativi quelli che credono sia necessario rivedere la teoria hiv-aids.

Il primo dei dissidenti è Peter Duesberg, che critica radicalmente l'ipotesi virale: questa trasformerebbe l'Hiv nella causa nuova di una trentina di malattie già note, modificando quindi la diagnosi a seconda che si tratti di un paziente sieropositivo oppure no.
Esempi:
- tubercolosi + anticorpi Hiv = Aids
- tubercolosi - anticorpi Hiv = tubercolosi
L'Aids non potrebbe essere considerata una malattia infettiva perché:
  • tutte le malattie infettive sono distribuite pressoché equamente tra maschi e femmine, mentre l'Aids colpisce molti più maschi;
  • il microbo o virus che causa la malattia deve essere presente in gran quantità nelle cellule, mentre l'Hiv è raro, inattivo o assente;
  • l'agente patogeno deve essere presente in tutti i malati, mentre non tutti i pazienti di Aids hanno l'Hiv. Esempio: un ultrasessantenne negativo all'Hiv, con sarcoma di Kaposi.
  • una malattia infettiva si sviluppa in giorni o mesi; il periodo di latenza dell'Hiv nel 1984 era di 10 mesi, ora può superare i 10 anni! 
"Perché un virus si riattivi, il sistema immunitario deve prima essere distrutto da qualche altra cosa, cioè dalla vera causa della malattia. Un virus riattivato potrebbe tutt'al più provocare un'infezione opportunistica. Perciò non esistono virus lenti, ma solo virologi lenti di comprendonio."   [Da Aids. Il virus inventato]

Il periodo in cui la ricerca prese in considerazione sia l'ipotesi infettiva che non infettiva fu di tre anni: dal 1981 al 1984.
Nel 1981, il Center for Disease Control individuò una sindrome sconosciuta e mortale: una grave forma di polmonite (Pneumocisti Carini) accompagnata da un basso livello di linfociti T e una forma rara di tumore, il sarcoma di Kaposi, in pazienti che avevano due cose in comune: erano omosessuali e avevano fatto uso di droghe quali amilnitriti (poppers). Abbandonata subito l'idea che l'uso prolungato di droghe possa causare l'immunodeficienza, così come il fumo può causare il cancro, restarono due ipotesi: o si trattava di una partita inquinata di poppers o la nuova malattia era sessualmente trasmissibile.
"Visto che l'abuso di droga può danneggiare gravemente il sistema immunitario, perché si è identificato l'Aids in primo luogo con il sesso, soprattutto il sesso fra omosessuali?" Wall Street Journal
Nel frattempo, la nuova sindrome venne battezzata col triste nome di GRID, Gay-related-immune-deficiency-virus. A questo punto, come scrive la National Commission on Aids, "la malattia da Hiv ha effetti devastanti su quelli che sono già degli emarginati della società... Non si può comprendere appieno questa malattia fuori dal contesto di razzismo, fobia per gli omosessuali, povertà e disoccupazione."
E' indispensabile capire il contesto storico e sociale in cui ha origine l'Aids ed uscire quantomeno dalla visione pregiudiziale che vedrebbe i cosiddetti negazionisti come giudici della morale che imputano la causa della malattia allo "stile di vita degli omosessuali".
 Era il periodo post-Stonewall, le lotte dei movimenti di liberazione sessuale incominciavano a vedere le prime conquiste e insieme a queste aumentavano gli scontri con la polizia e l'ostilità di chi non vedeva di buon occhio questi ambienti. Negli anni '70 gli omosessuali cominciarono a ritrovarsi nelle grandi città in determinati locali ed alcuni di loro sperimentavano nuove droghe "esplosive", i poppers, che si trovavano facilmente in vendita in alcune discoteche. Oggi sappiamo con certezza che i nitriti sono tra le sostanze chimiche più tossiche e cancerogene che esistano, avvelenano o uccidono cellule, causano anemia, immunodeficienza e polmonite. Il Center for Disease Control invece, nei primi anni '80, assicurò agli omosessuali che i poppers non avevano alcun effetto sul sistema immunitario. 

Gli addetti alle ricerche sul sarcoma di Kaposi, per verificare l'infettività del Grid, cercarono prove che la sindrome si stava diffondendo anche tra gli eterosessuali, e trovarono riscontri in gruppi di drogati o in soggetti che ricorrevano a trasfusioni di sangue, come emofiliaci.
Nel libro di Duesberg, è riportata la dichiarazione di un virologo americano che ha chiesto di restare anonimo: "Nella comunità scientifica molta gente ha pensato che, se il male fosse rimasto una patologia degli omosessuali e dei drogati, non avrebbe attirato molta attenzione da parte dell'opinione pubblica e delle autorità: e sono state queste ultime ad assegnare le risorse necessarie per organizzare la ricerca destinata a darci le armi con cui combattere la malattia: se l'Aids non fosse stato visto come un problema degli eterosessuali i soldi per la ricerca non sarebbero mai arrivati." 
Fu così che, per uno strano caso, le pressioni degli attivisti che, a ragione, chiedevano di rimuovere quel marchio che stigmatizzava l'intera comunità gay, incrociarono la strada presa dagli scienziati, ormai convinti dell'ipotesi infettiva, che avevano necessità di sostituire quel nome con uno più generico: fu così che nel luglio 1982 il Cdc battezzò la nuova malattia come Aids, Sindrome da Immuno-Deficienza Acquisita, eliminando, almeno nella definizione, ogni legame tra sindrome e gruppi a rischio o omosessuali.

Nel 1984 Robert Gallo annunciò la scoperta del virus Hiv nella conferenza stampa organizzata dal ministro della sanità del governo Reagan, nonché capo del National Institute of Health, Margaret Heckler. Con un procedimento assolutamente anomalo la teoria di Gallo venne assunta a verità scientifica, prima ancora della pubblicazione del suo lavoro e della discussione all'interno dell'Accademia scientifica. Da qui in avanti i sostenitori dell'ipotesi virale ebbero la strada spianata nella gestione della malattia. Le catastrofistiche previsioni di diffusione dell'Aids, "la più grossa minaccia del secolo alla salute umana" [Newsweek, aprile 1993], alimentarono il panico nella popolazione, in particolare nella comunità gay, che si riversò nelle strade a chiedere una cura. E purtroppo la ottenne: l'AZT.

Peter Duesberg, che pubblicò nell'87 il primo articolo nel quale metteva in dubbio il legame Hiv-Aids, venne tagliato fuori dalla comunità scientifica: attualmente non viene più pubblicato dalle riviste più importanti, né invitato a convegni, e le sue ricerche non vengono più finanziate. Le voci non in linea con la teoria dei virologi sono state quasi ignorate o zittite.
Negli anni '90, la definizione di Aids è stata via via "aggiornata", fino ad includere una trentina di malattie. Non solo: è ormai affermato da tutti, anche dallo stesso Luc Montagnier, lo scienziato francese a cui Gallo "fregò" galantemente la scoperta, che l'Hiv non basta a causare l'Aids ma ha bisogno di cofattori. Casualmente, ogni modifica della definizione, andava a risollevare le statistiche, in calo, dei malati di Aids.

Inoltre, sfatiamo un altro mito: l'Hiv non è facile da trasmettere! Non è assolutamente vero che basta un rapporto non protetto per essere contagiati. Le percentuali di rischio sono bassissime. Cito i dati del sito StopAids, di certo non un raduno di "complottisti": nei rapporti sessuali la probabilità di infezione varia dallo 0,3% allo 0,9%, nel caso di siringhe infette si aggira attorno allo 0,7%. Solo la trasfusione di sangue comporta un rischio molto alto, pari al 95%. Da qui è partito il dottor Robert Willner per dimostrare la falsità della teoria Hiv-Aids: nel 1994 si è iniettato sangue di un sieropositivo durante una conferenza stampa. Era la seconda volta che ripeteva l'esperimento e non è stato contagiato. E' morto dopo un anno ma di infarto cardiaco.




John Lauritsen, un eroe dei nostri tempi
  John Lauritsen lavorava come analista di ricerche di mercato. Nel 1983 incominciò a interessarsi di Aids e conobbe Hank Wilson, attivista di San Francisco per i diritti degli omosessuali, il quale aveva promosso una crociata contro i poppers ed aveva fondato il Comitato per il controllo dei poppers. Lauritsen, membro del Comitato per il sesso sicuro, nel 1984 fece pubblicare un opuscolo intitolato "Evitate le droghe". Nel 1985 Lauritsen pubblicò il suo primo articolo sull'Aids sul Philadelphia Gay News, dove accusava il Center for Disease Control di truccare le statistiche. Iniziò a collaborare con la rivista indipendente New York Native, che si occupava di temi omosessuali. "Riportando bibliografie complete gli articoli di Lauritsen introdussero per la prima volta la documentazione scientifica nel giornalismo divulgativo." Fece conoscere Duesberg alla comunità gay e aprì finalmente il dibattito sull'Hiv.
Abbandonò poi le ricerche di mercato per dedicarsi interamente alla ricerca della verità sull'Aids. Pubblicò con Wilson "Corsa alla morte: Poppers e Aids", denunciando il conflitto di interessi tra produttori di poppers e pubblicazioni omosessuali e accademiche.
Quando nell'87 lesse Duesberg sul Cancer Research trovò conferma dei suoi dubbi.
L'approvazione dell'AZT come terapia per l'Aids lo impegnò in un'altra grande battaglia, di cui magari parleremo in un altro post.


Nel discorso tenuto a Vienna nel 2010, alla riunione dei dissidenti, John Lauritsen ha affermato: "L'amara verità, come ho notato, è che non c'è alcuna comunità gay. Le pubblicazioni gay sono state portate sulla linea di pensiero dell'industria dell'AIDS."
Se questo atteggiamento delle associazioni gay poteva essere compreso nel particolare contesto storico degli anni '80, è oggi incomprensibile. L'insistenza sulla campagna per l'uso del preservativo risulta, alla luce dei dati sopracitati, non solo inutile, almeno per l'Hiv, ma addirittura deleteria per la posizione sociale dei sieropositivi che, salvati malamente vent'anni fa dalla condanna all'emarginazione in seguito alla "punizione divina", saranno più banalmente e pesantemente condannati a portare il fardello della colpa del proprio contagio. 

Leggiamo Kary Mullis: "Il problema scientifico si mischia con quello morale. Ma quello che sto dicendo non ha niente a che vedere con la morale. Non parlo di "punizione divina" o di altre assurdità. Un segmento della nostra società stava sperimentando uno stile di vita, e le cose non sono andate come previsto. Si sono ammalati. Un altro segmento della nostra società così pluralista - chiamiamoli medici/scienziati reduci della guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti - hanno scoperto che funzionava. Funzionava per loro. Stanno ancora pagandosi le loro BMW con i nostri soldi."


"Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse 
e amare quelle che vi opprimono!" Malcolm X

FONTI

Peter Duesberg, Aids. Il virus inventato

Kary Mullis, Ballando nudi nel campo della mente [Capitoli: "Il caso non è chiuso" e "Prendetevi le diapositive, io resto a casa"]

Conferenza di Daniele Mandrioli, laureato in medicina

House of numbers, documentario 2009

HivInforma

    sabato 10 settembre 2011

    Terroristi sono sempre gli altri, Pt. 3 - Lockerbie, l'11 settembre scozzese

    "Le bugie hanno già fatto il giro del mondo quando la verità deve ancora mettersi le scarpe"
    Mark Twain

    E' il 21 dicembre 1988 quando un aereo della Pan Am esplode in volo sopra Lockerbie, una cittadina scozzese, provocando la morte dei 251 passeggeri e di 11 abitanti colpiti dai rottami del velivolo. Tre anni dopo le autorità americane e scozzesi accusano due agenti segreti libici dell'azione terroristica. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu esige da Tripoli la consegna di Abdel al-Megrahi e di Khalifa Fimah, insieme ad altri quattro sospettati del dirottamento di un aereo dell'Uta (precipitato nel deserto del Teneré il 19 settembre 1989) in cui hanno perso la vita 170 persone. La magistratura libica respinge le richieste di estradizione. Anni di sanzioni imposte dall'Onu e dagli Stati Uniti costringono Gheddafi, ormai isolato e con le spalle al muro, a consegnare i presunti terroristi. Al-Megrahi viene condannato all'ergastolo nel 2001, ma verrà rilasciato solo otto anni dopo in seguito alla diagnosi di un tumore allo stadio terminale.



    1. A volte ritornano

    Febbraio 2011: Pochi giorni dopo l'inizio delle proteste in Libia, il ministro della giustizia si dimette e, neanche il tempo di saltare la barricata, dichiara al mondo: "Ho le prove che Gheddafi diede l'ordine per l'attentato di Lockerbie". Naturalmente il giornale che rivela lo scoop non gli chiede quali siano queste prove. L'importante è che la notizia giri, per ricordare a tutti che tipo di personaggio sia Gheddafi. E infatti... passano i giorni, passano i mesi, ma delle prove nessuna traccia. In una noiosa giornata di marzo la Clinton chiede un'inchiesta sul ruolo del rais nell'attentato di Lockerbie, anche se non si sa su quali basi.
    Ad agosto i registi della nuova saga di Libyan Wars si sbizzarriscono. Il 23 alcuni senatori democratici dello Stato di New York si rendono conto, con due anni di ritardo, di quale profonda ingiustizia sia stata commessa col rilascio di al-Megrahi e chiedono ai ribelli di arrestarlo. Il ministro della giustizia del Consiglio Nazionale Transitorio ha la faccia tosta di rispondere "non consegniamo cittadini libici, questo lo faceva Gheddafi", e ovviamente nessun giornalista ricorda che la Libia aveva resistito ad un embargo di circa sei anni, prima del processo per Lockerbie.
    Il 26 agosto la gara per la notizia più fantasiosa su Gheddafi ha indubitabilmente il vincitore del primo premio: impossibile superare una tale dimostrazione di creatività giornalistica. "Il colonnello è fuggito con l'attentatore di Lockerbie." "Quell'uomo sa troppe cose - ha detto un medico canadese che vive nei pressi della villa - Gheddafi lo ha portato con sè, ovunque sia andato". Voi immaginate: dopo mesi e mesi in cui Gheddafi, a loro dire, si è macchiato di ogni delitto possibile e immaginabile, dal bombardamento di intere città al massacro di manifestanti, che fa? Fugge, e per cancellare le tracce di una delle sue malefatte giovanili, si porta dietro al-Megrahi, un uomo in sedia a rotelle. Neanche a dirlo, appena due giorni dopo un reporter della Cnn rintraccia il nostro uomo: è disteso in un letto d'ospedale, con una mascherina per l'ossigeno, ormai in fin di vita.
    Ma vediamo di capire qualcosa in più della tragedia del Pan Am 103. Come sono state condotte le indagini? Come si è arrivati a dimostrare il coinvolgimento dei libici? Quali sono state le conseguenze per la Jamahiriya Libica? Perché al-Megrahi è sempre stato considerato come un ostaggio politico dal governo di Gheddafi?


    2. Verità su misura

    Il Lockerbie è l'11 settembre della Scozia. In tutti i sensi.
    In quest'attentato perdono la vita molti cittadini statunitensi e britannici, perché il volo Pan Am 103 viaggiava da Heathrow al JFK di New York. Per questo motivo la polizia scozzese collabora con l'FBI durante le indagini.
    Pierre Péan, giornalista investigativo francese, ha scritto un libro intitolato "Manipolazioni africane" che smaschera le prove truccate del terrorismo libico. Tom Thurman, l'agente dell'FBI esperto dell'unità esplosivi che ha svolto un ruolo fondamentale nella vicenda del Lockerbie, è noto per seguire metodi di dubbia scientificità (si fa un'opinione o se ne fa suggerire una, e poi cerca di dimostrarla), tanto che è stato sospeso dal servizio per aver fabbricato delle prove per dimostrare la colpevolezza di un imputato.
    In questo periodo Thurman lavora contemporaneamente al caso Lockerbie e all'attentato all'aereo dell'Uta. Inizialmente gli indizi sembrano condurre al Fronte Nazionale di Liberazione Palestinese Commando Generale (FPLP-CG) di Ahmed Jibril, e quindi, seguendo i finanziamenti, in Siria. Finché un giorno Thurman trova un frammento di circuito stampato, che sarebbe stato all'origine dell'esplosione della bomba: nel giugno '90 presenta una foto al direttore della Mebo, la società svizzera produttrice, che dice "è possibile che provenga da un lotto venduto ai servizi segreti libici", salvo poi escludere categoricamente questa possibilità quando rivede il timer al microscopio durante il processo nel '99, aggiungendo che quel timer non era stato collegato elettricamente e non era nemmeno lo stesso della foto. Nel maggio 2000, quando la giustizia scozzese gli chiede di riesaminare il pezzo, lo trova addirittura carbonizzato.
    Il caso (o il datore di lavoro di Thurman) vuole che nell'estate del '91 si verifichi una svolta fondamentale anche nelle indagini dell'altro attentato all'aereo dell'Uta: lavorando sulle foto dei frammenti trovati in una cinquantina di chilometri nel deserto del Teneré, SuperTomTom identifica un piccolo pezzo di circuito stampato con il marchio TY, che permette di risalire alla Tayoun di Taiwan, che ha fabbricato 120mila timer di questo tipo, di cui 20mila per un'impresa di Friburgo, che ha tra i suoi 350 clienti un tedesco, il quale si è recato nel novembre 1988 in Libia per consegnare dei timer. Bingo!

    E' curioso che il cambiamento di rotta nelle indagini si verifichi:
    1- nello stesso arco temporale e cioè nel momento in cui scoppia la crisi del Golfo, quando Siria ed Iran si uniscono alla coalizione anti-irachena, quindi con gli Stati Uniti;
    2- grazie al ritrovamento di due piccoli frammenti dei timer delle bombe che miracolosamente ne permettono l'identificazione, con tanto di sigla della ditta.
    Tornando al caso Lockerbie, non è stato difficile addossare la colpa alla Libia, ignorando tutte le altre piste: Gheddafi era noto come sponsor di organizzazioni terroristiche, in più gli aerei che nell'86 avevano bombardato Tripoli uccidendo, tra gli altri, la figlia del rais, erano decollati da basi americane in Scozia, quindi è stato sufficiente alimentare l'idea della vendetta del tiranno ferito e il gioco era fatto. Del resto, come scrive Massimo Mazzucco, "un tiranno con una figlia uccisa in quel modo diventa per tutti un comodo attaccapanni, al quale si possono appendere anche i più remoti attentati della Patagonia o delle isole di Pasqua".  [Nota Bene: la figlia che ieri i media hanno strumentalizzato per alimentare quest'idea facilmente vendibile alle masse, oggi dicono che in realtà sia sopravvissuta, per screditare in qualsiasi modo Gheddafi e neutralizzare ogni sua dichiarazione: neanche un dubbio vent'anni fa? Forse non ci ha guadagnato solo il Colonnello nella sua propaganda antiamericana]
    Come hanno fatto gli instancabili detective inglesi ad arrivare ad al-Megrahi?

    3. Il caso Al-Megrahi

    Frugando tra le cianfrusaglie del disastro i poliziotti trovano i resti di un abito da bambino, con tracce di esplosivo talmente pesanti da far concludere agli investigatori che fosse nella stessa valigia della bomba, eppure quello straccio semicarbonizzato conserva ancora un'etichetta intatta e leggibile, che recita: Made in Malta. Gli ispettori Gadget vanno di corsa a Malta e, cerca di qui, chiedi di là, trovano il venditore, certo Tony Gauci. Appena li vede, Gauci si ricorda di aver venduto abiti da bambino ad un libyan looking man proprio tre settimane prima dell'attentato. E come potrebbe non ricordarsene? E' passato solo qualche anno.
    "Fino a quel momento non avevamo elementi per collegare la Libia all'attentato", dichiara Dick Marquise, capo del Terrorist Research Center dell'FBI, in un documentario della BBC.
    Poi si inventano la storia della valigia imbarcata giorni prima a Malta, dove lavora come direttore della Libyan Airlines l'agente libico Al-Megrahi, che sarebbe stato aiutato nell'organizzazione dell'attentato dal collega Fimah.

    Nel 2001 la Corte Scozzese condanna Al-Megrahi e assolve l'altro imputato, decisione bizzarra dato che secondo l'impianto giuridico del processo i due sono legati a doppio filo. Robert Black, docente di legge dell'Università di Edimburgo, ha detto chiaramente che questa sentenza è la più colossale vergogna nella storia del sistema giuridico scozzese, frutto di una montatura con prove fabbricate dalla Cia.
    Nel 2003 Gheddafi accetta di pagare i risarcimenti alle vittime, ma nega fermamente ogni responsabilità negli attentati, obiezione mai menzionata dai media, che anzi raccontano l'esatto contrario. Inoltre l'accordo per il pagamento prevede la revoca delle sanzioni Onu, la revoca dell'embargo statunitense e la cancellazione della Libia dalla lista nera degli Stati terroristi.

    Dopo tutto questo ambaradan per incolpare la Libia, trovare il colpevole, farsi consegnare il sospettato, processarlo, nel 2009, dopo neanche otto anni, gli inglesi liberano l'ex agente dei servizi libici. La motivazione ufficiale parla di ragioni umanitarie, perché hanno diagnosticato al prigioniero un grave tumore.
    Quello che però la stampa non dice, che è sempre di gran lunga più importante di quello che dichiara, è che nel 2009 al-Megrahi aveva fatto ricorso in appello, richiesta accettata dalla Corte di Revisione Penale Scozzese. La testimonianza del commerciante maltese, che ha fornito l'elemento chiave contro al-Megrahi, è stata comprata 2 milioni di dollari. Ed il frammento del circuito usato per la fabbricazione della bomba è stato alterato.
    Gli alleati, per evitare figuracce, o peggio la richiesta di restituzione dei risarcimenti da parte di Gheddafi, spalancano immediatamente i cancelli. Abdel Al-Megrahi viene accolto in patria come un eroe nazionale perché grazie al suo "sacrificio" la Libia ha potuto voltare pagina, uscire dall'isolamento, liberarsi dal peso dell'embargo e delle sanzioni e tornare a sedersi alla tavola rotonda dei grandi affari.
    Un altro dettaglio tralasciato dalla stampa è che, dopo essere stato rilasciato, l'"attentatore di Lockerbie" si è preso la briga di aprire un sito internet [megrahimstory] rendendo disponibili i dossier con cui intendeva dimostrare la sua innocenza in tribunale. Tipico di un terrorista.
    Ma se non è stato Al-Megrahi chi ha organizzato l'attentato di Lockerbie?

    4. Dirty little secret

    "Credevo di dirigere una compagnia aerea, non un servizio di corrieri del narcotraffico"
    Presidente della Pan Am Airlines

    Nell'89, siccome i familiari delle vittime hanno intentato una causa multimiliardaria contro la  Pan Am Airlines e la sua compagnia di assicurazione, quest'ultima, per evitare una perdita così ingente, assume l'Interforce, una società di New York di ex agenti dell'intelligence che offrono servizi a privati come banche o assicurazioni, quando occorre distruggere una copertura dei servizi e svelare la realtà dei fatti.
    Il rapporto dell'Interforce sul volo Pan Am 103 rivela che sull'aereo esploso sopra Lockerbie viaggiavano 8 agenti dei servizi segreti statunitensi, infiltrati nel narcotraffico. Si scopre che da anni Cia e Dea (l'agenzia anti-droga americana) usano i voli della Pan Am per gestire un traffico di oppio ed eroina tra il Libano e gli Stati Uniti, per salvare il giornalista Terry Anderson e altri ostaggi a Beirut. L'Operazione Corea permette ai narcotrafficanti siriani, guidati da Mozer Al-Kassar (amico del generale americano Oliver North, coinvolto nello scandalo Iran Contra) di esportare eroina nella Valle del Bekaa negli Stati Uniti, in cambio di informazioni sugli ostaggi. La Cia si accerta che le valigie non vengano perquisite alla dogana.
    La crisi degli ostaggi dura anni, tanto che qualcuno incomincia a sospettare che ci sia un agente corrotto che fa il doppio gioco, avvisando i terroristi ogni volta che stanno per essere circondati, in cambio di una parte dei narcodollari.
    Nel dicembre '88 una squadra di agenti della Difesa organizza una protesta formale contro la complicità della Cia nel traffico di eroina in Medio Oriente. Washington invia una squadra in Libano per raccogliere prove. Proprio sul Pan Am 103 viaggiava una squadra di investigatori della Cia e dell'Fbi, il vicecapo della Cia assegnato a Beirut e tre ufficiali della Defence Intelligence, di ritorno dalla missione. Tra i rottami del Lockerbie viene trovata una valigia piena di eroina per un valore di 500mila dollari: era la prova della complicità nel narcotraffico.

    L'elemento più inquietante, comune anche ad altri attentati, è che prima del disastro ci sono stati vari avvertimenti, da parte di servizi segreti o agenzie governative, tutti disgraziatamente ignorati o non pervenuti al destinatario. 
    Il Dipartimento di Stato Usa ha inviato direttive ai funzionari governativi per farli scendere da quello specifico aereo in quel particolare giorno, perché ci si aspetta che succeda qualcosa. Casualmente nessuno avvisa la squadra di agenti che sta tornando per smascherare la copertura.

    Il 21 dicembre 1988 un centinaio di persone che dovrebbe imbarcarsi a Heathrow disdice il volo all'ultimo minuto, lasciando il posto ad un gruppo di studenti della Syracuse University che viaggiano in lista d'attesa per le vacanze di Natale.

    "E' stato un atto mostruoso!" scrive Susan Lindauer, ex agente Usa, che ha deciso di rompere i suoi legami con questa propaganda criminale. "Per anni ho detto che il terrorista che ha messo la bomba a bordo del Pan Am 103, conosciuto come l'attentato di Lockerbie, vive a circa 8 miglia da casa mia, nella contea di Fairfax, in Virginia. La sua vita di privilegi e protezione, gratificato con alte promozioni nell'intelligence degli Stati Uniti, è stata la ricompensa per il silenzio sul coinvolgimento della Cia nel traffico di droga in Libano durante gli anni '80".
    Ahmed Jibril, dell'organizzazione terroristica palestinese Fplp-Cg stava organizzando in quel periodo un attentato per vendicare l'abbattimento di un aereo civile iraniano, causato per errore dai militari americani. E' probabile che la Cia abbia dato più di qualche suggerimento sugli orari dei voli, per poi insabbiare l'inchiesta anche per evitare spiacevoli conflitti di interessi nelle relazioni internazionali statunitensi.

    5. Conclusioni

    Proprio come per l'11 settembre sono nate associazioni e blog per la ricerca della verità sull'attentato di Lockerbie, ma i media mainstream in tutti questi anni non hanno fatto altro che tenere nascoste le informazioni che avrebbero potuto anche solo mettere in dubbio la versione ufficiale. 
    Tutte queste informazioni sono dispobibili in rete. Ma nessuno degli araldi del potere è disposto a prenderle in considerazione. E' molto più comodo copia-incollare le varie agenzie della Propaganda ed etichettare qualsiasi tentativo di dare una spiegazione logica ai fatti come "teoria della cospirazione", piuttosto che verificare le fonti e fare qualche ricerca.





    6. Curiosità

    • Nell'agosto 2009, prima della liberazione di Al-Megrahi, il figlio di Gheddafi, Saif Al-Islam, ha incontrato Lord Mandelson Rothschild nella sua villa sull'isola di Corfù.
    • Nel 2008 il fondo sovrano libico affida 1,3 miliardi alla Goldman Sachs per investirli in particolari strumenti finanziari. Dopo l'inverno della crisi in cui fallisce Lehman Brothers, il valore dell'investimento della Libia crolla del 98%: nel febbraio 2010 ammonta a 25,1 milioni.
    • Nell'estate 2009 Gheddafi esercita forti pressioni sulle compagnie petrolifere americane e britanniche perché paghino tasse speciali e percentuali per coprire i costi del risarcimento alle famiglie delle vittime del Pan Am 103.
     Associazioni per la verità su Lockerbie

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    domenica 17 luglio 2011

    La nuova censura

    Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.” Bertolt Brecht

    Quando parlo di Sistema mi riferisco a quell'insieme di regole, abitudini, stereotipi, che costituisce l'ordine prestabilito all'interno del quale gli individui si confrontano con il resto della collettività. Le fondamenta di questa struttura sono i cosiddetti luoghi comuni, ossia tutti i concetti e le opinioni talmente diffusi e ricorrenti da essere accettati comunemente come ovvietà e poi, senza l'appoggio di prove, come verità: in altre parole, dogmi, imposti non tanto (o non solo) da un'istituzione quanto dalla forza dell'omologazione.
    Se i regimi totalitari attuano concretamente la censura, impedendo con ogni mezzo la pubblicazione di idee contrarie o critiche rispetto all'ideologia dominante, i regimi democratici attuali non ostacolano la divulgazione di teorie diverse, ma agiscono mediante un meccanismo più subdolo che le etichetta in modo da renderne vana la condivisione.

    Un esempio? Il numero di febbraio 2011 di Focus Storia dedicato a “Complotti e congiure”. L'editoriale incomincia così: “Un buon quinto degli americani ritiene che l'uomo non sia mai andato sulla Luna, e che l'allunaggio dell'Apollo 11 fu simulato in uno studio televisivo; oltre un quarto crede che il governo degli Stati Uniti favorì gli attacchi alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001; e più della metà è convinta che Lee Harvey Oswald non agì da solo nell'assassinio del presidente Kennedy nel 1963. È la paranoia del complottismo, cioè la convinzione che dietro a ogni evento di portata storica ci sia la programmazione o la manipolazione da parte di qualche potere occulto.”
    E il dossier parte proprio dalla definizione del fenomeno psicologico della paranoia, arricchito addirittura dall'intervento di uno psicanalista: “In psichiatria è considerata una malattia dell'identità: una persona profondamente destabilizzata adotta spesso un estremo meccanismo di difesa proiettando all'esterno i propri turbamenti interiori, inventandosi un nemico che non esiste e immaginando un universo ostile. […] “Nella paranoia non c'è ambivalenza, ma una divisione netta tra l'Io buono e la malvagità impura dell'Altro” chiarisce lo psicoanalista Recalnati.”
    Domanda: per quale motivo una rivista di storia dovrebbe, prima ancora di aver presentato i fatti, descrivere la condizione psichica di un soggetto che soffre di paranoia? Compito della storia dovrebbe essere la narrazione dei fatti e successivamente l'interpretazione degli stessi.

    Ma andiamo avanti, anzi a fondo pagina, dove troviamo un “Piccolo dizionario della macchinazione” che ci spiega il significato delle parole “Complotto: accordo segreto tra due o più persone allo scopo di commettere, con uno sforzo congiunto, un atto illegale o criminale.”, “Cospirazione: sinonimo di complotto, dal latino conspirare, cioè respirare assieme; sottolinea il significato di segretezza”, “Complottismo (o cospirazionismo): è l'atteggiamento mentale di chi crede che dietro a ogni evento storico e politico ci sia la programmazione e/o la manipolazione da parte di poteri occulti.”
    Ma, se il complotto è un accordo segreto mirato ad un determinato scopo, come si fa a definire complottisti quelli che vedono il complotto e quindi cercano di smascherarlo e denunciarlo al pubblico? E allora come chiamiamo le persone che organizzano il complotto e vi partecipano?
    Per sicurezza, ho controllato sullo Zingarelli '99 la voce complottismo: al primo punto si legge “l'attività di chi organizza complotti, specialmente politici”; solo secondariamente viene definito come “tendenza a immaginare complotti dietro ogni evento”. Eppure il termine “complottisti” viene sempre più utilizzato per parlare di persone che, non convinte dalla versione ufficiale, cercano altre spiegazioni. La manipolazione della lingua, mediante l'attribuzione di un'accezione negativa o dispregiativa, che sia evidente o implicita, è fondamentale nel processo di omogeneizzazione. La forza del conformismo, già immensa di per sé, acquista un potere nettamente superiore nel momento in cui si manifesta in parole impregnate di concetti associati a diversità o follia.
    Ci troviamo qui di fronte ad un preciso intento di delegittimazione del “ragionatore” prima che del ragionamento, aggravato dalla criminale demonizzazione dei dissidenti (da dissidere = sedere separatamente = discordare). Tant'è che, verso il finale dell'articolo, si afferma: “Se nell'immediato le teorie complottiste rassicurano la nostra mente, alla lunga sono pericolose. Finiscono infatti per alimentare paure incontrollate che rischiano di degenerare in conflitti sociali e violenze ben più reali.” Quindi non solo non credere alla versione ufficiale è da pazzi (paranoia=fuori dalla mente), ma anche da delinquenti.
    In altre epoche i miscredenti e i blasfemi vennero perseguitati dall'Inquisizione per la loro mancanza di fede nei dogmi della religione: li chiamavano eretici, dal greco haeretikòs “colui che ha scelto”, perché rifiutavano le dottrine della Chiesa. L'eresia oggi è più semplicemente un'idea che contrasta con quelle più comunemente seguite, cioè i luoghi comuni, oppure un'ipotesi che si oppone ad una cosiddetta “versione ufficiale” su un fatto storico-politico-sociale-economico. I complottisti si possono quindi considerare come la versione moderna degli eretici.

    Concludo tornando al “Piccolo dizionario della macchinazione” che, astutamente, nella spiegazione della paranoia scrive: “Da un punto di vista psichiatrico, tuttavia, non è sempre facile distinguere un paranoico da una persona che è davvero bersaglio di congiure o persecuzioni. Per esempio, Stalin viene descritto come paranoico, ma è presumibile che molte persone volessero la sua morte”. Il fatto che una persona sia paranoica quindi, tralasciando l'aleatorietà della diagnosi, non determina automaticamente la falsità delle sue affermazioni. Per esempio, può darsi che Stalin avesse molte fobie, ma ciò non toglie che sia stato bersaglio di una decina di attentati.
    Insomma, il manicheismo dei “paranoici” che azzera il ruolo del caso non è poi così lontano dalla cieca fiducia degli “ufficialisti” nella Dea della Coincidenza.

    Ad ogni modo, il Sistema si regge da sé, supportato dall'influenza su azioni e giudizi cui è sottoposto un individuo per il semplice fatto di essere membro di un gruppo: il conformismo sociale. Ecco perché parlare di complotto non serve, se non a mistificare la realtà.